Natale dovrebbe essere un giorno di festa.
E invece, nel giorno che parla di nascita e di luce, Matteo se n’è andato.
È arrivato con una storia complicata, di quelle che non si raccontano in due righe, e con un carattere tutto suo: difficile, spigoloso, unico. Proprio per questo capace di entrare sotto pelle e restarci.
Matteo non chiedeva di essere capito: chiedeva solo di essere accolto. E noi lo abbiamo fatto.
La corsa in clinica, una parola troppo grande — embolo — che prova a dare un nome a qualcosa che nome non ne ha. Perché anche quando c’è una diagnosi, il dolore resta senza logica.

Resta il vuoto. Resta lo stupore. Resta l’ingiustizia.
Matteo lascia un’assenza che pesa, ma lascia anche qualcosa di molto più forte:la traccia di un legame vero, di quell’amore che nasce proprio quando si sceglie di restare anche davanti alle difficoltà.
Se ne va in silenzio, ma non passa inosservato. Perché chi è stato amato così non sparisce: cambia solo forma, e continua a stare con noi nel modo in cui ci ha cambiati.
Ciao Matteo.
Grazie per essere stato te stesso, fino in fondo. Grazie per il tempo che ci hai concesso. È stato poco, ma è stato vero.


